L’algoritmo di Amazon mi ha suggerito questo libro del professor Alessandro Cravera, mentre stavo cercando qualche saggio sui sistemi caotici e sulla teoria dei giochi. Ho scoperto questi temi, prima con alcuni documentari della BBC e successivamente grazie ai contributi di Pierluigi Fagan un ex-manager in pensione, dedicatosi a tempo pieno allo studio.
Molte persone utilizzano da sempre questo approccio alla comprensione della realtà, solo recentemente si sono scritti libri, e l’argomento è emerso come tema di discussione. Non è una materia vera e propria, piuttosto un approccio mentale alla comprensione, elaborazione che abbraccia tutte le materie. E’ una disciplina che prende in esame tutte le altre discipline, le azioni e tutte le possibili conseguenze. La bassa qualità del dialogo pubblico, non solo politico, richiede a tutti un salto di qualità. In questo senso gli studi sulla complessità sono una bella notizia.
A pagina 1 troviamo subito un primo importante aspetto:
“Dobbiamo iniziare a vedere il mondo come un sistema complesso dove ogni aspetto, ogni variabile, ogni azione è correlata e interdipendente e nessuno di noi è in grado di conoscere ogni connessione.”
Questa interdipendenza c’è sempre stata, ma ha accentuato la sua importanza, si è velocizzata a dismisura a seguito dell’era digitale. Un evento è immediatamente irradiato al mondo intero, il quale a sua volta reagisce e a sua volta provoca altri eventi.
“ Tutto quello che accade in una parte di mondo viene immediatamente rimbalzato nel resto del pianeta provocando emozioni, reazioni, influenze e generando conseguenze altrimenti impensabili. Si tratta di una condizione del tutto nuova per l’uomo.”
Si tratta anche di superare alcuni schemi di pensiero classici, quelli che abbiamo studiato a scuola.
“Il determinismo postula la presenza di una relazione causa-effetto di tipo meccanicistico in base alla quale ogni fenomeno è necessariamente e linearmente determinato da un fenomeno avvenuto in passato. […] Il secondo aspetto che l’approccio cartesiano alla conoscenza si porta dietro è il riduzionismo, in base al quale il tutto è equivalente alla somma delle sue parti, per cui si può comprendere un fenomeno studiandone le sezioni che lo costituiscono.”
E’un metodo di pensiero più evoluto perché non cerca di spiegare tutto, in questo rispetta la complessità. L’umanità è influenzata da fenomeni macroscopici o subatomici che ancora non conosce. Un po’ come se i delfini cercassero di capire il moto delle maree. Sono immersi nell’effetto, ma sono lontani dalla causa. Dal riconoscere il limite della conoscenza, si trova il rispetto per la complessità. A maggior ragione si devono riconoscere i limiti di una singola disciplina. Se l’iperspecializzazione ci ha permesso di conquistare nuovi territori di conoscenza all’interno di ogni singola materia, di contro va contenuta la tendenza a voler comprendere il ‘tutto’ dall’interno di una singola specializzazione. Esse dovranno essere messe in collegamento tra loro per aprire nuovi orizzonti. Non si tratta di rinnegare gli schemi di studio classici, ma piuttosto di evolvere da essi, in una fase di elaborazione più aperta.
L’autore identifica alcuni principi che segnano un cambio nel modo di pensare:
1) Non linearità – Legato a quanto appena detto sul determinismo, quando a dover essere valutato è un sistema complesso (una popolazione, una lingua, un formicaio, il comportamento di una persona) non possiamo più usare il sistema mono-lineare causa-effetto.
“Per questa ragione la non linearità del sistema comporta la presenza di comportamenti e proprietà ‘emergenti’. Si definiscono tali gli output con non dipendono dalla presenza dei singoli componenti del sistema ma dalle loro interazioni.”
2) Causalità circolare – strettamente legato al precedente
“In un mondo deterministico opera in un solo verso: dalla causa all’effetto. In un mondo interconnesso questo assunto ci porterebbe a trascurare i molteplici circoli viziosi o virtuosi presenti nel sistema. In un contesto interdipendente, causa ed effetto tendono invece a confondersi: in questo caso si parla di causalità circolare.”
Molti avranno notato come un fenomeno nella sua massima evoluzione, si riavvicini alla sua fase nascente.
3) Olismo
“ l’approccio contrapposto al riduzionismo – considera impossibile spiegare le proprietà di un sistema sommando le proprietà delle sue singole componenti. […] La complessità richiede quindi la comprensione sia del tutto sia delle singole parti e, soprattutto, la consapevolezza delle dinamiche e delle interazioni tra il primo e le seconde.”
4) Costruttivismo – Ovvero comprendere che il punto di vista interferisce nell’analisi, e che la neutralità dell’osservatore non esiste
“ Il costruttivismo è un approccio che sviluppa questa visione della realtà. Il punto di vista di chi osserva non è né neutro né passivo. Per il costruttivista non esiste un ambiente oggettivo da indagare attraverso l’individuazione di leggi universali, ma il sapere nesce dalla relazione tra il soggetto attivo e la realtà.”
“E’ innegabile che la complessità porti con sé incertezza, ambiguità, trade-off [compromessi] difficili da gestire e l’assenza di ricette e best practice [tattiche efficaci] preconfezionate.”
La difficoltà a cogliere la complessità dei problemi fa vincere le elezioni ai quei politici che applicano delle semplificazioni radicali, che molto spesso si rivelano nefaste. Puntuale la citazione tratta dal Pendolo di Focault di Umberto Eco:
“Per ogni problema complesso esiste sempre una soluzione semplice, ed è quella sbagliata.”
Da qui la necessità di diffondere una maggiore abitudine a valutare meglio i problemi, i fenomeni, nel rispetto della loro complessità. In ambito politico, educare gli elettori e i futuri elettori ad un approccio più critico: un impegno tanto difficile quanto importante. E’ davvero deludente essere testimoni delle misure miopi, puerili, messe in campo da molti governi. Si vuole aumentare la sicurezza stradale facendo leva sull’inasprimento delle multe, laddove il lavoro sulla cultura e i lavori di manutenzione delle strutture avrebbe risultati più certi. Si vuole combattere la povertà facendo dell’elemosina di massa, invece di mettere in campo misure strutturali, difficili e che richiederebbero tempi troppo lunghi. Il politico ricerca misure facili da spiegare e che siano assegnabili al proprio mandato. Si vuole incentivare il pagamento delle tasse coinvolgendo i cittadini in dei giochi a premi, invece di operare sulla responsabilità e sulla cultura. Ma gli esempi sono fin troppi.
Ogni misura adottata interagisce col sistema complesso che si vuole modificare. Esse possono avere esiti imprevisti e addirittura ottenere l’effetto opposto, l’autore le chiama ipersoluzioni. Lo schema classico è quello di voler risolvere un problema ricorrendo ad una soluzione superficiale che ha risultati positivi nel breve termine, ma subito dopo innesca fenomeni contrari e nocivi. Il testo fornisce numerosi esempi interessanti, ne riporto uno:
“Un esempio di questo tipo di ipersoluzione è accaduto in India ai tempi della dominazione britannica. A Delhi il numero dei serpenti velenosi copra era decisamente elevato e questo creava problemi alla popolazione e forti rischi sociali. Il governo britannico, preoccupato della situazione, decise di intervenire offrendo una taglia per ogni cobra ucciso. In una prima fase questa strategia funzionò e dette i risultati attesi, ma dopo questa rapida fase finale alcune persone cominciarono ad allevare cobra per ottenere delle ricompense dal governo. Nel momento in cui apparve evidente agli amministratori che si stava diffondendo questa pratica nella popolazione, la risposta governativa fu di cancellare immediatamente la taglia sui serpenti. L’effetto combinato di queste due decisioni – l’offerta e la sua cancellazione – portò molte persone che aspiravano a guadagnare denaro dall’allevamento di cobra a liberare i serpenti, ormai privi di alcun valore, nelle strade, determinando l’aggravarsi della situazione di partenza.”
Nella lettura troviamo alcune chicche, come l’origine del concetto di effetto farfalla. Questa metafora venne usata per la prima volta da uno studioso di sistemi caotici in una pubblicazione di meteorologia. Questo concetto ha avuto molta fortuna ed è stato usato da tutti coloro che appunto volevano esprimere l’interconnessione degli elementi nei sistemi complessi.
Come la maggior parte dei saggi di economia e marketing, il testo è pieno di termini inglesi, quasi tutti traducibili nella nostra bella lingua. Sono usati nella maggior parte dei casi per dare un nome ad un fenomeno o ad un concetto. La funzione nomenclatrice nella quale gradualmente il latino è stato sostituito dall’inglese. Dietro c’è l’idea che una comunità scientifica internazionale ha bisogno di termini condivisi. Allo stesso tempo però provo un certo disagio a vedere italiani che usano l’inglese per comunicare tra loro. Un fenomeno da contenere.
Un punto centrale del libro: come affrontare, come muoversi nei sistemi complessi, nei quai le strategie classiche e consolidate non hanno efficacia.
“Lo schema d’azione diventa dunque azione-apprendimento-adattamento. Essendo dinamici, i sistemi complessi devono essere approcciati con un modello try & learn.”
Prova questa soluzione, guarda cosa succede e impara, e poi procedi con la mossa successiva. Ecco la circolarità. Il libro include alcuni esempi applicati a fatti realmente accaduti. Rispetto alla strategia classica, che si struttura sulla base di un obiettivo da raggiungere, nella gestione dei sistemi complessi la strategia è guidata dal punto di partenza e dalle sue possibili evoluzioni. Per ottenere questo:
“ … la capacità di contestualizzare e di rispondere velocemente a quanto avviene deve essere diffusa all’interno dell’organizzazione. All’intelligenza del singolo occorre sostituire l’intelligenza collettiva. Non un decisore, ma tanti decisori. Non una sola antenna che capta i cambiamenti del sistema, ma tante antenne. Non un’unica azione centralizzata, ma tante azioni locali allineate tra di loro.”
Riuscire a tenere attivate le menti e la motivazione dei componenti di un’azienda è una sfida quotidiana, anche per chi non si muove in sistemi particolarmente complessi. Di fatto, un eccesso di controllo e una rigidità gerarchica non aiutano il formarsi di autonomia e responsabilità.
Nei capitoli successivi Cravera affronta gli errori da evitare, gli atteggiamenti corretti e varie trappole cognitive. Il tema viene spinto all’interno dei meccanismi psicologici del decisore
“Governare la complessità significa pertanto complessificare il proprio pensiero, aprirsi a molteplici punti di vista, ricercare il confronto e il diverso, aspettarsi l’inaspettato, uscire dai confini del proprio sapere specialistico, farsi nuove domande, non accontentarsi delle solite risposte.”
L’immaginazione, l’apertura, l’interdisciplinarietà, la visione d’insieme, sono tutte caratteristiche che aumentano la capacità di adattamento in un sistema complesso.
L’ultima parte del testo troviamo due punti di grande interesse, nel quale si ripensa il ruolo del leader nell’organizzazione
“Non stupisce che con questa concezione della leadership vi sia un basso livello di engagement [coinvolgimento] delle persone all’interno delle organizzazioni. Inoltre, il culto del leader può determinare un abbassamento del pensiero critico, dello spirito di iniziativa e dei livelli di innovazione. Le persone non sentono alcun bisogno di pensare, comprendere e decidere in autotomia. In quanto meri seguaci, si affidano al loro leader considerandolo, a ragione o per scelta di comodo, superiore e infallibile.”
Opportuno e gradito, il ripescaggio di una parola sempre meno usata: la saggezza. Il capitolo è tutto da leggere, riporto qui solo un capoverso
“Secondo i recenti studi di psicologia, sociologia, filosofia e antropologia, la saggezza può essere considerata come l’utilizzo dell’intelligenza, della creatività e della conoscenza per raggiungere un obiettivo comune, bilanciando gli interessi personali, interpersonali ed extrapersonali di breve e di lungo termine, adattandosi all’ambiente in cui si agisce e modificandolo per renderlo più favorevole al risultato che si vuole ottenere.”
L’evoluzione della leadership, negli schemi etici e cognitivi, ci porta al modello della wise leadership mode (modalità di gestione ispirata alla saggezza):
“Pensate a come cambierebbe il mondo se iniziassimo a considerare leader solo coloro che pensano, agiscono e lavorano per creare un contesto migliore. Non sto parlando di un idealista che disegna un mondo utopico, ideologico e irrealizzabile, bensì di un architetto del futuro, consapevole dei propri limiti, che catalizza le migliori energie per orientare le scelte e le azioni verso la sostenibilità e l’evoluzione della realtà entro cui opera.”
Un modello teorico, ma genuinamente evolutivo, al quale dovrebbero ispirarsi le pratiche direzionali di tutte le organizzazioni.
Queste poche pagine non sono una riduzione a sintesi. Se vi interessa l’argomento, il libro è da leggere per intero. E’ ricco di citazioni e collegamenti interessanti che aprono a future letture.



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