Il Risorgimento ha trovato nel sud uno dei suoi momenti decisivi, tuttavia il processo di modernizzazione sociale nei territori meridionali è stato impervio. Alcuni concittadini guardano ancora all’unificazione italiana come ad un atto di conquista. L’argomento ci mette in contatto con accadimenti infelici e poco gloriosi, ma l’interesse per la storia ed il rispetto per la voce di tutti, richiedono un approfondimento. Ci facciamo guidare da un saggio del professor Paolo Macry, ordinario di Storia Contemporanea alla Federico II di Napoli. Negli estratti che seguono sarà lambito solo uno dei temi trattati. Ovviamente è consigliata la lettura integrale del testo.
Già dal contropiede dell’incipit si capisce che non ci sarà da dormire troppo sui nostri preconcetti.
“L’Italia è un paese di successo. Dirlo oggi […] può sembrare irriverente, ma è quel che balza agli occhi, considerando i suoi centocinquant’anni di storia. Era governata da principi di periferia e regimi autoritari e, in tempi brevi, diventa uno stato nazionale che si ispira ai modelli alti del liberalismo costituzionale europeo. Si presentava nel 1861 come un territorio decisamente povero e raggiunge, sul finire del XX secolo, il Pil pro capite dei tedeschi e degli inglesi. Non aveva alcuna voce in capitolo nel sistema geopolitico occidentale, essendo frammentata in sette stati regionali – oltre che occupata, nelle regioni nord-orientali, dall’impero asburgico – e già nel tardo Ottocento riesce a darsi il profilo di una potenza di media taglia e s’imbarca perfino nell’avventura coloniale. Nessun altro paese europeo può vantare un simile successo.”
La densità e la rigorosa concatenazione logica di questo saggio rendono difficile l’estrazione di brani isolati. Il testo è già di per sé un distillato. A seguito alcune descrizioni dello stato borbonico.
“Nel regno di Francesco II, si è detto a fronte delle aree caratterizzate dal baronaggio assenteista, dalla coltivazione estensiva, dalla scarsità delle strade, dalla debolezza del mercato, esistono zone non marginali di agricoltura florida, di reti urbane piuttosto robuste, di élite innovative. La piana barese, con le sue tensioni allo sviluppo economico e civile, è altra cosa dai villaggi isolati e dal paesaggio aspro della Calabria.”
“Del resto, enclaves e segmenti sociali dinamici, che pure esistono all’interno del regno borbonico, hanno scarso peso politico nei palazzi del potere, perché chi determina le scelte della dinastia, fino ai suoi ultimi mesi di vita, sono le camarille dei cortigiani, le decrepite élite militari, la nobiltà illiberale, il clero legittimista. O magari la grande plebe urbana.”
Ma ci sono anche altre differenze.
“Al di là delle evidenze economiche, esistono fenomeni – come la questione demaniale, le permanenze del sistema feudale, la qualità delle comunità locali, il rapporto con lo stato – che da soli rendono ampie porzioni del Mezzogiorno straordinariamente lontane dalla pianura padana e perfino indecifrabili agli occhi dei settentrionali. Sono fenomeni molto concreti, sebbene non quantificabili, che producono criticità altrettanto concrete come l’indeterminatezza delle regole, la sfiducia nelle istituzioni, la debolezza associativa, l’intensità dei conflitti intestini, l’uso della violenza, ecc.”
Se ricerchiamo nel passato le concause più rilevanti di questo clima , probabilmente dobbiamo risalire alla questione della distribuzione delle terre ai contadini. A inizio ‘800 l’onda lunga della Rivoluzione francese arriva anche nel Sud. Un’ occasione di rinnovamento che anche in questo caso non riesce a completarsi.
“Una svolta sembra annunciarsi durante il decennio francese (1806-15) quando i Napoleonidi introducono uno stato di diritto, leggi universali […] Emerge una tecnocrazia pubblica, che progetta ambiziosi interventi strutturali e politiche non più localistiche, ma mirate all’interesse generale e […] nel 1806, l’abolizione della feudalità. Sembra che istituzioni moderne siano sul punto di sconfiggere il baronaggio, risolvere i conflitti demaniali e aprire ai contadini l’accesso alla terra. Come accade, frattanto, nella Francia rivoluzionaria. Ma dieci anni sono pochi per costruire un nuovo stato e superare le croniche asimmetrie […] che infiammano le campagne. Con la restaurazione dei Borbone, nel 1815, si assiste piuttosto al ritorno delle vecchie élite e alla rinnovata difficoltà della corona nel tenere a freno i notabili locali. La fine dei diritti feudali non è bastata a creare una piccola proprietà rurale. La distribuzione del demanio è lenta, parziale e inefficace, perché i contadini sono troppo poveri per gestire i loro piccolo appezzamenti (quando li ricevono davvero), e alla fine sarà la cosiddetta borghesia benestante dei cosiddetti galantuomini ad acquistare le terre del baronaggio e ad ereditarne comportamenti e poteri. […] Questo non fa che accentuare un altro carattere di lungo periodo della società meridionale: la sfiducia e l’estraneità nei confronti degli istituti pubblici. Le popolazioni locali non hanno mai avuto vantaggi decisivi dal paternalismo della dinastia, né hanno consuetudine con i funzionari uno stato debole e lontano e dunque finiscono per vivere secondo le regole informali delle proprie comunità, difendono quelli che avvertono come i loro diritti tradizionali, fanno resistenza a dazi e gabelle, utilizzano pratiche di giustizia private e informali. Perfino per reati come l’omicidio si cercano talvolta accordi tra le parti, con indennizzi materiali e studiate strategie di perdono. Un mondo a parte. Nei decenni del primo Ottocento, le periferie borboniche sono silenziose politicamente, ma irriducibili ai codici dello stato. L’antica e mai soddisfatta rivendicazione delle terre usurpate ne ha lacerato profondamente il tessuto sociale e civile. La questione demaniale, dirà nel 1901 Giustino Fortunato, rappresenta «un immenso strascico di risentimento e di odio», «lievito che fermenta», «fuoco che cova l’incendio». E nel fuoco continuano a consumarsi, ad egual titolo, la legittimità delle classi dirigenti locali e la credibilità del potere centrale. […] Nel tardo Settecento, magari con l’appoggio della stessa corona, le comunità contadine avevano già alzato il livello dello scontro antibaronale, non di rado facendo violenza alle cose e talvolta alle persone. Nel 1799, erano state popolazioni di origine rurale a raccogliersi sotto la bandiera della Santa Fede e a spargere molto sangue. E violenti saranno anche il decennio francese e il periodo della restaurazione, quando i contadini, esclusi dai nuovi consigli comunali elettivi, combatteranno i galantuomini con l’occupazione delle terre, l’incendio dei granai, i furti di bestiame, il taglio e il rogo delle foreste. Le terre meridionali vivono tensioni a fior di pelle.”
In questo clima avvelenato nel quale i contadini devono lottare per sopravvivere, qualche decennio dopo arriva un’altra rivoluzione: quella italiana. La ventata di ideale risorgimentale promette giustizia e modernità, ma le cose non andranno per il verso giusto.
“Nel contesto meridionale, tutto sembra cambiare faccia fatalmente o, meglio, storicamente. La guerra diventa guerriglia. La rivoluzione s’intreccia con le faide locali. La politica si trasforma in cospirazione. La legalità è garantita da gruppi illegali. Gli ideali si sfilacciano nel camaleontismo […] il suo ingresso nel nuovo stato non segnerà l’inizio della pace.”
“Il 18 aprile 1861, per reagire a un provvedimento governativo che taglia fuori il grosso dei volontari garibaldini dal nuovo esercito italiano, il generale nizzardo [Garibaldi] si reca alla Camera vestito con il poncho e la camicia rossa, in mezzo alle marsine e ai cilindri dei deputati, fa un discorso durissimo, enunciando «l’orrore di una guerra fratricida provocata da questo stesso ministero» […] I fatti di Aspromonte sembrano l’annuncio di un precoce disastro politico. La patria che spara sulla sua leggenda è un evento che riesce a impressionare tutto il mondo. […] E l’incomunicabilità sta diventando conflitto armato. Già dal 1861 decine di villaggi meridionali sono in rivolta contro uno stato «piemontese» che ha chiesto uomini per la leva militare e nuove tasse, mentre si accendono con forza particolare le lotte dei contadini contro i proprietari, come sempre accusati di abusi e usurpazioni. In un intreccio subito pericoloso fra guerra civile e guerra sociale, crescono di numero e dilagano sul territorio i gruppi armati, che attaccano cose e persone e mettono in scacco le forze dell’ordine. Alcune bande sono piccole, altre contano centinaia di uomini. E’ fin troppo chiaro il nesso con gli eventi dell’unificazione, che hanno creato aspettative sociali presto andate deluse e stanno sostituendo all’assolutismo paternalistico del vecchio regime i diritti e i doveri dello stato liberale. Si tratta di un movimento popolare diffuso, che esprime la grande ferita della terra, si mescola – non di rado facendosene strumentalizzare – alle faide tra notabili per il potere municipale e infine viene fomentato in senso legittimista dalla corte borbonica in esilio. Il governo preferisce chiamarlo «grande brigantaggio», per togliergli ogni connotazione politica e ogni riferimento sociale, ma costituisce, comunque lo si voglia definire, una ferita profonda per il nuovo stato. Sebbene Torino cerchi di tenerlo nell’ombra, inducendo gli organi d’informazione a una sorta di blackout, questo miscuglio di insurrezione e banditismo infiamma per lunghi anni una buona parte del Mezzogiorno. Essendo ben consapevole dei rischi che corre, il ceto politico «piemontese» manderà nei territori ex borbonici oltre 115.000 militari, proclamando lo stato d’assedio nel 1862 ed emanando l’ancor più repressiva e indiscriminata Legge Pica, l’anno dopo. Alla fine resteranno sul terreno molte migliaia di morti, più che in tutte le guerre risorgimentali.”
Non dobbiamo dimenticare però che ci troviamo a metà 800: in altre parti del mondo c’erano ancora gli schiavi; a quei tempi nelle manifestazioni di piazza spesso i soldati sparavano sulla folla.
“Certo, il tema è spinoso e mal si adatta alla retorica della patria liberale, ma è fin troppo facile concentrare il giudizio sull’abbondante casistica della violenza delle bande e della violenza dello stato liberale, senza cercare di spiegare né l’una né l’altra. Che la guerra civile sia sempre crudele, proprio perché non formalizzata dalle regole della guerra tra eserciti, è cosa nota. Né si può dimenticare che i governi liberali si trovano ad affrontare il fenomeno – di proporzioni e qualità del tutto inattese – proprio nel momento germinale dello stato unitario, ovvero in una condizione di grande incertezza geopolitica, politica e perfino psicologica.”
“La stagione del brigantaggio è indubbiamente favorita dalle decisioni politiche del momento, come lo scioglimento dell’esercito garibaldino, la dispersione dei militari borbonici, le epurazioni della guarda nazionale e, non meno, un servizio di leva massicciamente rifiutato dalle popolazioni rurali. E tuttavia resta un fenomeno che affonda le radici nel contesto strutturalmente fragile del sud della penisola. Sembra avere, cioè, una natura sociale, oltre che politica. Si collega al fiume carsico del ribellismo antistatale e di una violenza collettiva che esprime la debolezza delle istituzioni centrali e può assumere forme estreme […] Sono comportamenti non nuovi, che rimandano alla guerriglia antifrancese del 1806 o ad una tradizione banditesca – calabrese, lucana, pugliese – Capace di assumere, nel primo Ottocento, dimensioni di massa.”
Così com’è forzato per un italiano del XXI° secolo, provare fierezza per le conquiste di Cesare in Gallia, allo stesso modo è inutile e fuorviante che un cittadino di qualsiasi latitudine si senta tirato in ballo per delle vicende passate di cui non ha alcuna responsabilità diretta. La nostra responsabilità oggi piuttosto è quella di essere consapevoli e di non cadere nelle trappole di fenomeni storiografici scadenti e divisivi.
“Sta di fatto che, a fronte della grande mole della storiografia risorgimentale, gli studi dedicati a Francesco II e al regime napoletano sono pochi. Né stupisce se, negli spazi lasciati incustoditi dagli storici, quelle vicende vengono prese in ostaggio da una pubblicistica che ribalta la glorificazione teleologica del processo unitario e la condanna sbrigativa dei Borbone nell’opposta mitologia di un sud proditoriamente conquistato da Torino e poi sfruttato dallo stato liberale. In un modo o nell’altro, sul crollo delle Due Sicilie le domande senza risposta – o con risposte sommarie – sono ancora numerose.”
L’infondatezza (e l’inutilità) del dualismo Nord/Sud è ben sintetizzato in queste ultime frasi, che troviamo a pagina 15 del saggio:
“Da una parte, un Mezzogiorno assoggettato e sfruttato dai piemontesi; da un’altra la visione di un settentrione costretto a sobbarcarsi la civilizzazione, nonché il sovvenzionamento delle regioni meridionali. Due visioni speculari che non mancano, ciascuna, di qualche ragione, ma che hanno complessivamente torto.”
Prendere qualche pezzo di verità per farne delle grandi bugie al servizio di vecchi rancori o grandi interessi, è stato un errore (o una strategia..) che spesso ha portato alla guerra.


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