
L’autrice, Maria Attanasio, applica la formula del romanzo, ma gestendo le informazioni storiche con il rigore del saggista. Il lettore penetra nei dettagli di una vicenda storica reale, ricostruita con dovizia di particolari. La narrazione ricostruisce anche le parti dove il dato storico non arriva, con credibilità e gusto letterario. Il libro è ben riuscito. I lettori di saggi e gli appassionati di storia risorgimentale troveranno molte delle vicende conosciute, messe in scena, ambientate in un quotidiano interessantissimo al quale pochi avevano pensato.
La narrazione inizia in una Torino cupa, poliziesca che mette paura. I rivoluzionari avevano ancora tutti contro. L’idea unitaria per la maggior parte dei piemontesi era un’ingenuità fastidiosa. I carbonari, i repubblicani dovevano vivere in incognito. Torino era ingessata in una vita gretta e provinciale. Nelle prime pagine del libro la Torino del 1849, dal punto di vista di un ‘guardarme’ [un doganiere] che deve gestire le entrate, controllare i documenti, e che spesso si trova davanti dei personaggi equivoci, che non capisce, come questo sospetto: il giovane Francesco Crispi che rientra in una città
“ dove – dopo due anni di carestia e una guerra perduta – era difficile la sopravvivenza; per esuli e fuggiaschi, ma anche per i regnicoli che da contadi e villaggi si spostavano nella capitale. La pressione per entrare era enorme; e severissima la reale consegna per dazieri e guardarmi; […] Il guardarme Chiala lanciò uno sguardo rassegnato all’interminabile fila; con cui spesso non si capiva: lunghi e defatiganti dialoghi, utilizzando le poche frasi in italiano che conosceva. E controlli accuratissimi per bloccare sovversivi e clandestini. Ancora più incomprensibile dei loro astrusi dialetti, era per lui il modo di pensare di quei giovani, che ricchi o poveri, abbandonavano famiglie e fidanzate per assurdi miraggi di giustizia giacobina. Gli facevano insieme rabbia e pena; destinati al macello per capriccio di re, e follia di maestri. Li riconosceva subito i partigiani del Genovese [Mazzini], come il primo della fila che, tutto chiuso nei suoi pensieri, senza dire una parola gli porse il passaporto.”
Una bella idea narrativa descrivere l’entrata del giovane Crispi a Torino in questo modo. A differenza di un saggio, qui l’esperienza narrativa scende nelle strade, dentro i rifugi clandestini. Non c’è niente di oleografico. I grandi nemici sembrano imbattibili. La lotta che oggi sappiamo vinta, in quei giorni, da quel punto di vista appariva quasi impossibile, e poi l’indifferenza della popolazione.
Molti scopriranno un personaggio del risorgimento, quasi dimenticato. L’unica donna a partecipare alla spedizione dei Mille: Rosalie Montmasson. La protagonista si trova a Villa Spinola a poche ore dalla partenza della spedizione dei Mille, nell’euforia e nei brindisi che precedettero l’imbarco dei volontari
“Durò poco la sua gioia. «Adesso basta. Sei donna, non puoi venire» Le gridò infine il marito dopo avere tentato per due giorni di farla ragionare […] «Non abbiamo tempo da perdere, né io né il Generale» fu l’adiratissima risposta. Subito dopo uscì anche lei: doveva parlare ad ogni costo con Garibaldi. Convincerlo o sentirlo direttamente dalla sua bocca quel no.”
Attende ostinatamente la fine di una lunga riunione e affronta Garibaldi per convincerlo ad ammetterla con gli altri volontari. Dopo aver ricevuto il diniego dal compagno, Francesco Crispi.
“Dopo circa un’ora la porta si aprì, prima ancora che Fransuà [Crispi] potesse bloccarla si precipitò verso il Generale, supplicandolo di concederle un colloquio. Da sola. «Certamente», le rispose Garibaldi che, cedendole galantemente il passo, l’invitò ad entrare. I tanti che sostavano nel salone di Villa Spinola sentirono, senza però cogliere esattamente le parole, due voci altercarsi, abbassare il tono, di nuovo rialzarlo. Un basso parlottare, infine, la porta riaprirsi. E l’annuncio. Spiazzante: Rosalia Montmasson è autorizzata a far parte della spedizione.”
Non si conoscono le parole esatte, ma si presume che la fedeltà alla causa unitaria ed il coraggio dimostrato nei decenni precedenti mettessero Garibaldi di fronte ad una richiesta difficile da negare.
“Ma forse, nelle parole dell’ostinata savoiarda, il Generale non vide solo una donna ardita e senza paura, ma il cuore di un’amante che, come Anita, non dismette mai dall’abbraccio – nel respiro dell’alcova, nei campi di battaglia – fino a morirne.”
Come dicevamo, in alcuni capitoli il romanzo diventa un saggio storico. In altri i dettagli storici diventano il punto di partenza per uno sviluppo narrativo. Le figure storiche prendono vita in persone reali. Si sente il rumore delle strade, il gelo degli inverni clandestini, vissuti nella miseria, la durezza dell’esilio senza soldi. In tutto il libro aleggia la presenza carismatica del Mazzini, che tutti chiamano ‘il maestro’. Eccoli dunque raggiungere il suo appartamento a Londra
“Se l’era immaginata come una grande e silenziosa biblioteca, piena di libri e arcane parole che aprivano le porte del mondo, ritrovandosi invece tra gorgheggi di cardellini che liberamente volavano nella stanza, dove la giovane donna, venuta ad aprire, li aveva fatti entrare: una chitarra in un angolo, sul tavolo una scatola di sigari, e libri sparsi dappertutto. Dopo alcuni minuti di attesa entrò lui, nerovestito e seguito da un gatto, che appena si sedette gli saltò sulle ginocchia.”
Rose e Fransuà avevano raggiunto la casa della loro guida, del loro Maestro
“[…] era quel mondo di libertà che nel futuro sarebbe stato di tutti i viventi, senza dovere d’etichetta, differenza di stile e nome, dove le sue mani callose non erano frontiera, ma il suo lavoro di femme de maison considerato una fiera e patriottica resistenza ai disagi dell’esilio.”
Si affronta un momento decisivo, che segna l’inizio di un periodo che ha segnato la storia del meridione. La Sicilia è stata conquistata dai garibaldini, Francesco Crispi è il primo ministro del governo rivoluzionario appena nato:
“[…] tutto solo in una stanza, concentrato a preparare il decreto che eliminerà i privilegi feudali. E, quotizzando latifondi e demani, darà la terra a chi lavora e ha combattuto per la patria. Speranze di riscatto sociale, che avranno appena la durata di qualche mese. Ad Agosto – sotto le pressioni inglesi in difesa del feudo Nelson – sarà lui stesso, in qualità di ministro dell’interno, ad autorizzare la feroce repressione delle rivolte, scoppiate a Bronte e in altri paesi proprio per l’attuazione di quel decreto, giustificando quella decisione in nome dell’unità della patria e del sacro diritto di proprietà. Un binomio che diventerà la copertura ideologica del regno sabaudo per reprimere in Sicilia ogni rivolta sociale […] E sarà ancora una volta Crispi, per domarli, a far sparare su contadini e zolfatari mettendo a ferro e fuoco tutta l’isola.”
In un salto di tre decenni, i Crispi si trovano a Torino. Francesco è il capo dell’opposizione parlamentare, stanno andando ad una cerimonia ufficiale
“Corte e deputati entrati scortati da uno stuolo di guardie di città e carabinieri a cavallo, che poco prima avevano sgombrato la piazza e le strade adiacenti, sparando in aria e caricando i manifestanti; i reduci dello smobilitato esercito meridionale, che, ridotti alla fame, protestavano contro il mancato assorbimento in quello regolare, nonostante le promesse fatte dal re al Generale. [Rose] Aveva cercato gli occhi di Fransuà – tra loro bastava uno sguardo – indicandogli indignata, gli ex compagni d’armi respinti ai margini della piazza. Lui non capì. «Cosa?» le chiese sorpreso. Si chiuse in solitari e rivoltosi pensieri, mentre tra gli stucchi e le sfavillanti toilette del teatro la musica si faceva canto. Durante l’esecuzione del coro tutti scattarono in piedi, cantando con la mano sul cuore. Fransuà cercò la sua; la strinse, se la portò al petto. Il mondo tornò a popolarsi di bellezza e di futuro”.
Emozioni contrastanti di un rapporto che diventa sempre più difficile.
Si intrecciano le storie di uomini meno noti. Colpisce la vicenda del dottor Luigi Marchetti, oftalmologo di Chioggia, incontrato esule a Torino
“Benché non fossero passati nemmeno due anni da quando – ferito durante la battaglia di Maddaloni – era andata a visitarlo nell’ospedale di Napoli, aveva stentato a riconoscere, in quell’uomo barbuto e trasandato, l’ufficiale medico, padre di Bepin. […] Non potendo tornare in Venero, ancora in mano austriaca, a svolgere la sua professione, si era fermato a Torino […] restando inutilmente in attesa di essere assorbito dall’esercito di sua maestà. Aveva girato uffici, scritto appelli: dovunque porte chiuse. E con suo figlio che aveva bisogno urgente di medicine. […] Quando, dopo circa un’ora, Rosalìe riprese la strada per casa sua, aveva la testa in fiamme e il cuore in rivolta, furiosamente rimuginando tra sé di giustizia e ingiustizia; di quell’ingrato re: trattava come nemici mazziniani e garibaldini, che gli avevano consegnato un regno. Era inevitabile riprendere le armi – completare l’opera, fare la repubblica – disse la sera al marito, raccontandogli la visita a casa dei Marchetti. «Nel frattempo siamo costretti a fare buon viso alla monarchia», le rispose Fransuà, promettendole che si sarebbe subito mobilitato per aiutarli. Tornò spesso a trovare Bepin […] ogni volta portando qualcosa. Raramente incontrava il dottor Marchetti […] Che non ci aveva pensato due volte a lasciare tutto per soccorrere la patria: casa, lavoro, amici. E anche rispetto e dignità: ridotto a chiedere l’elemosina agli angoli delle strade..”
Il Marchetti, personaggio realmente esistito, lo si trova ritratto nell’album dei mille. Lui e la sua famiglia andranno incontro ad un destino molto duro e non riemergeranno mai dalla miseria. Una delle tante storie che mettono in scena la Torino di fine ‘800
“[…] quella disumana metropoli, dove una rigida etichetta ingessava la vita: anche la pietà”
Di tutt’altro tenore il racconto di Firenze capitale, dei salotti del potere come quello della pittoresca Madame Rattazzi, moglie francese dell’ex primo ministro
“La padrona di casa l’accoglieva sempre con un «Benvenuta signora dei Mille», talvolta ponendole domande che la facevano arrossire. Imbarazzanti ma senza cattiveria: come quando le aveva chiesto se Mazzini fosse veramente così affascinante; e cos’è che in lui attraeva le donne: la testa o le parti basse?”
Bellissima la descrizione alla pagina successiva di Rose, La combattente garibaldina, la lavandaia, la carbonara, alle prese con l’alta mondanità fiorentina
“Essere un’eccezione la riempiva d’orgoglio; ma restava spaesata e a disagio davanti alla grazia studiata del gesto, alla leggerezza frusciante del passo delle altre donne, su cui, nei salotti, a lungo indugiavano gli sguardi di Fransuà. Ci provava – anche a lei piacevano vestiti e monili – ma quella sapienza del corpo, che si muove elegante e sicuro di sé, le era preclusa”.
L’autrice, dopo aver letto tutto il possibile ha ricostruito un mondo. Si conoscono personaggi meno noti del risorgimento, ma altrettanto eroici, come il fotografo che ha prodotto l’album dei mille. Un progetto bellissimo, realizzato con generosità e che porterà alla rovina economica il povero Alessandro Pavia, a pagina
“A differenza di Henri Le Lierure, che ritraendo balli di corte e banchetti politici, ottenne fama e soldi, Alessandro Pavia, che aveva speso tutto il suo talento e la sua energia materiale e professionale per lasciare alla future generazioni una testimonianza senza gerarchie di tutti i Mille, precipitò in una totale rovina finanziaria. Nonostante il sostegno di Garibaldi, che controfirmò le fotografie e fece la prefazione raccomandandone l’acquisto, la vendita fu un disastro: non solo non ne ebbe alcun guadagno, ma non riprese nemmeno le spese. I debiti e i problemi di salute, che già da tempo avevano cominciato ad affliggerlo, si aggravarono sempre più fino a non poter pagare l’alloggio, da cui vecchio e malato venne cacciato. Si riprenderà un po’ dalla malattia, ma non dalla miseria. E nemmeno dalla generosità della sua indole, che lo portava a regalare la fotografia ai reduci che non potevano acquistarla […] L’album dei Mille fu quasi del tutto ignorato da governi e istituzioni, che anzi cercavano di cancellare ogni traccia del determinante contributo democratico e rivoluzionario al processo unitario.”
Alessandro Pavia è uno dei bellissimi personaggi perlopiù sconosciuti, che l’autrice ripesca dal passato e che meriterebbero un ulteriore approfondimento, magari in un post dedicato.
Una parte del romanzo racconta la vicenda del doppio matrimonio del Crispi e delle conseguenze e dei trattamenti ricevuti da Rosalie. Il decomporsi del rapporto tra Rosalie e Francesco Crispi (Fransuà), ormai lanciato in una vita di successo che lo porterà ad essere primo ministro sabaudo. Molto spazio è dedicato a smascherare l’ingiusta assoluzione per il reato di bigamia di cui era accusato il Crispi e soprattutto i metodi usati per manipolare la realtà messi in campo dal primo ministro ed il suo entourage.
L’atmosfera era decisamente cambiata qualche anno dopo l’unità. Tanti giovani eroi rivoluzionari si erano trasformati in pasciuti alto borghesi. In questo ambiente sempre più opportunista e auto indulgente, sorprendono la capacità di travestimento e trasformismo di alcuni politici e magistrati, capaci di sopravvivere a tutte le stagioni. Altri invece, sono stati rimossi o dimenticati
“La pubblicazione della biografia ‘Crispi per un antico parlamentare’ fece da apripista alla totale rimozione di Rosalia Montmasson dalla storia risorgimentale. […] Nessun cenno in quella biografia, al duro lavoro della sua donna per mantenere se stessa e lui durante l’esilio, e ai loro venticinque anni di vita coniugale […]”
E’ inevitabile che la memoria storica, sempre concentrata sui salienti, consumi gradualmente tutto quello che sta attorno. A volte è un processo fisiologico, una sintesi, talvolta è un’azione umana di rimozione, a matrice ideologica, economica, personale, politica, religiosa e chi più ne ha più ne metta. Il romanzo si oppone a questa rimozione e ne smaschera le ragioni. E insieme a Rose, riscopriamo ‘quei pazzi senza ritorno ’ come vengono definiti gli eroi sconosciuti “che avevano costituito l’ossatura del Risorgimento”, come il dottor Luigi Marchetti o il fotografo Alessandro Pavia, e con essi immaginiamo migliaia di storie simili.
Il romanzo ricostruisce la vita, partendo dai fatti noti. Riempie gli spazi lasciati vuoti dalla storiografia: un ibrido ben congeniato, tra saggio e romanzo storico. Il lettore verrà colpito dalla credibilità di certe ambientazioni, specialmente quella della Torino pre-unitaria. Si intuisce che in questo libro convergono una rete di cose care per autrice: si parla di emancipazione femminile, delle meschinità del potere, delle ingiustizie e della dignità a resisterle, i ricordi personali e i propri valori.


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